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Arsenale Creativo Pavia

Lettere

La classe 3ᵃ I della scuola Casorati e la progettazione partecipata

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Ho sempre pensato che le idee, per quanto ambiziose e interessanti, abbiano bisogno di essere divulgate a più persone possibili, in modo che si possano raccogliere opinioni e pensieri che possono aiutare allo sviluppo della stessa o a un suo perfezionamento. Prima di tutto, però, vorrei presentarmi: sono Luca, studente della classe 3ᵃ I della scuola Media F. Casorati di Pavia e vorrei condividere l’esperienza della mia classe in fatto di “Progettazione Partecipata”.

Un giorno la nostra professoressa di lettere, Cristina Roncarolo, ha voluto fare una lezione un po’ più particolare del solito: ci ha parlato di una realtà che ci riguarda da vicino, ossia il destino dell’Arsenale di Pavia, un’area molto vasta ma completamente inutilizzata; e proprio in questo modo ha introdotto alla classe il Comitato “Arsenale Creativo”, spiegandoci in che modo quest’ultimo stia agendo per tutelare l’ex area militare di via Riviera, cercando di riutilizzarne l’estensione nel modo migliore possibile.

La grande domanda però è: Come?

L’obiettivo finale del Comitato è creare uno spazio partendo da un idea condivisa da più persone, e, proprio per questo, penso sia necessario spargere la voce di quest’iniziativa per raccogliere opinioni, pensieri e suggerimenti utili al destino dell’Arsenale.

A questo punto, dopo aver raccolto le proposte di più gente possibile, entra in gioco la “progettazione partecipata”, che, come ci è stato spiegato, è la perfetta concretizzazione del concetto di collaborazione e di confronto fra le varie idee giunte al Comitato, messa in atto mediante un dialogo aperto fra i vari contributori al progetto, al fine di giungere al punto focale condiviso da tutti che accomuna i vari pensieri costituendo il progetto finale del recupero dell’area.

Penso che una strada praticabile sia costituita dal cosiddetto “Cohousing” ossia la creazione di uno spazio polifunzionale, che comprende, oltre agli edifici residenziali, anche luoghi condivisi fra i residenti, in modo da ottimizzare gli spazi e facilitare il dialogo e la collaborazione fra vicini, oltre che un notevole risparmio energetico, diminuendo l’impatto ambientale.

Per questo trovo che coinvolgere e trasmettere questi valori di collaborazione e condivisione di idee ai ragazzi sia un’ottima mossa al fine di sensibilizzare quante più persone possibili su quest’argomento che ci accomuna tutti, in quanto lo spazio dell’ex Arsenale è di tutta la città, e quindi anche nostro!

Per far sentire anche la nostra voce e condividere le nostre idee, io e la mia classe saremo presenti all’ “Open Space Technology”, il 29 e 30 Giugno, per sentire le altre proposte e, magari, migliorare le nostre!

Luca Biscaldi

L’Arsenale Creativo e la via per la felicità – Un pensiero di Franco Osculati

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Nelle prime righe dello statuto della Città metropolitana di Milano, redatto qualche mese fa, compare la parola “felicità”. Si dice che scopo della Città metropolitana è la felicità dei suoi cittadini.

Sono di Pavia, ma non per questo vorrei essere escluso da un così alto obiettivo. Ho quindi due strade:

– fondo un gruppo di pressione che chiede l’adesione alla Città metropolitana. L’ipotesi è giuridicamente plausibile (art. 1, comma 6, legge 56/2014 o “Legge Del Rio”) e di qualche ragionevolezza: basta passare dalle parti della stazione quando partono i treni dei pendolari;

– mi attivo in sede locale. Ed ecco per l’appunto l’Arsenale creativo. Il quale che ha a che fare con la felicità? Ce lo spiega l’economista di Princeton Angus Deaton con un indovinello. Immaginate, dice Deaton, che una persona con stipendio di 50.000 dollari, alla fine dell’anno, venga premiato con un bonus del 2% pari a mille dollari. Immaginate anche che una seconda persona abbia un reddito di 200.000 dollari e che questa venga premiata con una gratifica dell’1%, pari a 2.000 dollari. Quale dei due sarà più contento? La risposta non è ovvia e questa incertezza sta a significare, in poche parole, che il denaro, e quindi a livello macro il Pil, non è tutto.

Per soppesare l’appagamento o il benessere bisogna andare oltre la finanza, e il Pil. Bisogna, scrive sempre Deaton, inserire nel conteggio con un peso conveniente anche la capacità/possibilità di contribuire a decidere, cioè di partecipare alle scelte collettive. Bisogna aggiungere, dico io, anche il bello, cioè la capacità/possibilità di apprezzare il bello. Tutto quanto, denaro partecipazione bello, rientra nella felicità.

L’Arsenale creativo è impegno diffuso per il gradevole. Dunque è la nostra via per la felicità.

Franco Osculati

«Cercate il bene della città» – L’impegno della Chiesa Valdese di Pavia nell’Associazione Arsenale Creativo

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Geremia scrive una lettera a quelli che sono stati deportati in Babilonia, e dice loro, da parte di Dio: «Cercate il bene della città». Questo è anche il nostro compito: cercare il bene nella città che ci ospita come credenti.
Vi propongo il seguente testo biblico da Geremia 29, 1-7; 11.

1 Queste sono le parole della lettera che il Profeta Geremia mandò da Gerusalemme al residuo degli anziani esiliati, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nabucodonosor aveva deportato da Gerusalemme a Babilonia, 2 dopo che il re Leconia, la regina, gli eunuchi, i principi di Giuda e di Gerusalemme, i falegnami e i fabbri furono usciti da Gerusalemme. 3 La lettera fu portata per mano di Elasa, figlio di Safan, e di Ghemaria, figlio di Chilchia, che Sedechia, re di Giuda, mandava a Babilonia da Nabucodonosor, re di Babilonia. Essa diceva: 4 Così parla il Signore degli eserciti, Dio d’Israele, a tutti i deportati che io ho fatto condurre da Gerusalemme a Babilonia. 5 «Costruite case e abitazioni; piantate giardini e mangiatene il frutto; 6 prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie perché facciano figli e figlie: moltiplicate là dove siete, e non diminuite. 7 Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa, poiché dal bene di questa dipende il vostro benessere. (…) 11 Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice il Signore: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza».

Se voi chiudete gli occhi e io metto in azione una macchina del tempo, vi trasporto nella Gerusalemme del 590 a. C.: una città mezza diroccata, che il re di Babilonia ha cinto d’assedio qualche anno prima, e dalla quale ha fatto uscire, insieme col re e con la regina, gli anziani, i sacerdoti, i profeti, gli eunuchi e i principi, e ha fatto uscire anche fabbri e falegnami (29, 1-2). Diremmo oggi: ha azzerato le autorità, ha esportato i cervelli e ha delocalizzato le aziende. Nella città è rimasto qualche migliaio di persone, che vi si aggirano con l’aria stranita di fantasmi senza saper bene che fare. Persone ridotte a un presente di stenti e private di una prospettiva accettabile per il futuro. Ma non è di loro che voglio parlare.

Voglio parlare di quelli che sono stati trasferiti (deportati) in Babilonia, i quali non vivono una situazione meno precaria: la gente in mezzo alla quale si trovano parla una lingua che essi non capiscono, pratica una religione che non è la loro, sono guardati con sospetto e diffidenza come corpi estranei, forse potenziali nemici. Se ora io spengo la macchina del tempo e voi riaprite gli occhi, ci ritroviamo nell’Italia e nella Pavia di oggi, dove forse non ci sentiamo meno stranieri ed estranei dei giudei trasferiti in Babilonia. Viviamo in un paese dove molti parlano una lingua a noi sconosciuta (il politichese), dove tanti praticano una religione che richiede più atti di devozione che fede in Dio, dove la preoccupazione per le fasce più deboli è sempre meno percepibile. Il nostro Paese, e anche la città di Pavia non fa eccezione, è squilibrato economicamente perché il 10% della popolazione detiene oltre il 70% della ricchezza. Gli anziani sono un problema, perché tenerli in una casa di riposo costa, e l’ente pubblico contribuisce in misura sempre minore. I giovani sono un problema, perché non trovano lavoro o lo trovano in nero e sottopagato… per non dire dei quaranta/cinquantenni che lo perdono.
A Gerusalemme, fra quelli che non sono stati deportati, c’è anche Geremia, un profeta, cioè uno che si interroga sulle vicende politiche e si sforza di vedere il nesso fra quello che accade e i disegni di Dio: del Signore che ama il suo popolo ma anche lo giudica.

Geremia è preoccupato del «welfare ai tempi della crisi», anche se, non avendo studiato l’inglese, lui lo chiama «benessere» o «bene», anziché «welfare». E che cosa fa Geremia? Scrive una lettera a quelli che sono stati deportati in Babilonia, e dice loro, da parte di Dio: «Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa, perché dal bene di questa dipende il vostro bene» (29, 7).

La chiesa valdese di Pavia si è messa in ascolto di questa parola, e informata della situazione dell’ex Arsenale Militare di Pavia, ha votato già in una Assemblea di chiesa del Marzo 2014 l’impegno e il sostegno al Comitato Arsenale Creativo, ora diventato Associazione Arsenale Creativo. Questo è il nostro compito: cercare il bene della città che ci ospita come credenti, impegnandosi concretamente perché gli ampi spazi dell’ex Arsenale siano ripensati insieme.

E che cosa può significare questo «cercare il bene»? – Prima di tutto, forse, non sentirci «estranei», cosa che ci paralizzerebbe in una convinzione di marginalità o in una pretesa di superiorità, ma sentirci parte della nostra città, non integrandoci nel senso di assumerne il costume, la religiosità, ma nel senso di condividere le difficoltà e le contraddizioni, e di interrogarci per vedere se non ne abbiamo una parte di responsabilità.

Poi, mettere in moto tutte le nostre energie e le nostre strutture, la nostra inventiva e la nostra vocazione al servizio, perché la persona sia sempre di più soggetto di diritti e oggetto di sollecitudine. E questo in collaborazione con tutte quelle iniziative, laiche o religiose, che si pongono gli stessi nostri obiettivi, perché se è vero che pensiamo di noi stessi come protesta ti di essere mossi dallo Spirito Santo, è altrettanto vero che non ne abbiamo né il monopolio né l’esclusiva.

Quindi, come Geremia suggerisce, non ci limitiamo a procacciare il bene di questo paese, che è anche il nostro, ma preghiamo per esso.

Preghiamo per «tutto» il Paese. Preghiamo per i deboli ma anche per i forti, preghiamo per le autorità, per quelli che detengono il potere e per quelli che ambiscono a conquistarlo, preghiamo perché non alimentino il culto della propria personalità… Pregare per le autorità, e non pregare le autorità, significa automaticamente negare loro quell’aura di superiorità e di «semidivinità» che spesso si cuciono addosso. Pregare perché capiscano che il potere è affidato loro non perché facciano i padroni ma perché svolgano un servizio. Preghiamo perché ciascuno e ciascuna possa vedere nel volto dell’altro, o dell’altra, l’immagine di Dio, e portarvi il rispetto e l’amore che a Dio sono dovuti.

E infine, pregare significa anche guardare al futuro, malgrado tutto, con ottimismo, perché «quando nessun progetto politico o sociale sembra più possibile, quando le possibilità di trasformazione si rivelano caduche, quando sembra impossibile guarire, rimane solo la speranza» (Dietrich Bonhoeffer). Non è poco. Anzi, è tutto, se è una speranza non fatta meramente di evasione e di attesa, ma una speranza fattiva, operosa, lungimirante. Non per nulla Geremia scrive: «Io so i pensieri che medito per voi, dice il Signore. Pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza» (29, 11).

Gianandrea Nicolai, Chiesa Valdese di Pavia

Cosa ho visto e provato all’Arsenale

Arsenale - interno
Una foto all’interno dell’Arsenale

Venerdì scorso ho avuto il privilegio di poter visitare l’Arsenale di Pavia. Ex Genio militare. 140.000 metri quadrati composti da bellissimi edifici storici in mattoni rossi, aree verdi, fiume, uccellini, attrezzature, cortili, mense, capriate e scaffalature in legno entusiasmanti. Sono potuto entrare perché accompagnato dalla deputata Scuvera e dal senatore Orellana che, per la loro carica, possono accedere in luoghi “protetti” accompagnando un cittadino. Uno e non di più. Sono entrato con il mio amico Costantino Leanti a nome e per conto del “Comitato civico Arsenale Creativo”. Nostro compito fare foto e filmino per poter documentare/raccontare a favore dei concittadini che non possono – per ora – accedervi. Ad accompagnarci nella visita un colonnello e due carabinieri.

La prima sensazione che ho provato è così sintetizzabile: «cavoli che bel posto, come sarebbe giusto ed utile che fosse dato in gestione al Comune di Pavia». Per farne uno spazio di socializzazione, cultura, divertimento, incontro, creatività, servizi. Un nuovo quartiere: originale, vivo, aperto, sostenibile. Pensando ai bisogni dei ragazzi, dei vecchi, di chi vuol creare imprese ed opportunità. E del resto le idee già partorite sul suo riutilizzo da parte di cittadini e scuole sono piene di stimoli e proposte concrete e stimolanti.

La seconda sensazione che ho provato è stata «cavoli, ma come si fa a lasciare abbandonato un posto bello come questo?» Sino a 5 anni fa l’Arsenale era in funzione. Poi è stato chiuso. E lo Stato, cioè noi, se n’è fregato. E sì che ci hanno rotto le scatole per anni dicendo che lo Stato per funzionare bene deve adeguarsi alla cultura e prassi dell’impresa. Bella coerenza! Certamente anche il più “pirla” imprenditore della nostra provincia se avesse avuto in mano un patrimonio come l’Arsenale sarebbe stato in grado, con il minimo sindacale di intelligenza, di preservarlo, farlo rivivere, fruttare e guadagnarci anche dei soldi. Invece lo Stato (considerato – come si suol dire – nelle sue “diverse articolazioni”, ovvero: il Ministro della Difesa, Il Ministro della Cultura, Il Demanio, Il Governo, la Regione, la Prefettura, la Provincia, Il Comune, ma anche l’Università, la Camera di Commercio, le Associazioni di categoria, eccetera) non ha saputo occuparsene e valorizzarlo per il “bene comune”. A custodire il patrimonio collettivo sono stati delegati un paio di carabinieri e militari che fanno un giro ogni tanto. Tutto qui.

Attualmente l’Arsenale è in parte abitato da poveri cristi senza casa e frequentato da ladroni che per ora hanno rubato il rame dei fili elettrici, la rubinetteria e un po’ di attrezzature. Gli esperti in materia dicono che il prossimo passo è rubare gli infissi, i termosifoni, i pavimenti, le porte, le antiche tegole.
Nonostante ciò l’Arsenale è ad oggi e per nostra fortuna, ancora più o meno integro nelle sue strutture e spazi ed anche nella sua bellezza e potenzialità.

Sarebbe una forma patologica di coazione a ripetere il male non intervenire in tempo e con intelligenza per preservare e riutilizzare questo patrimonio storico, che appartiene, per diritto di cittadinanza, alla nostra comunità.

È talmente grande che ci può star dentro un po’ di tutto. Anzi deve starci dentro un po’ di tutto. Perché per tornare a vivere deve essere multiplo, articolato, dinamico.

A breve partirà un percorso di “progettazione partecipata” promosso dal citato Comitato civico e dal Comune, per elaborare, con il protagonismo dei diversi soggetti sociali ed istituzionali, una idea/visione di riutilizzo a beneficio collettivo. Abbiamo anche scritto al Ministro Pinotti di consentire ai pavesi, per almeno un paio di week end, di visitare l’Arsenale, per poter vedere, conoscere, godere, immaginare, proporre.

La strada è lunga e piena di insidie, per la burocrazia imperante, le procedure, il gioco delle competenze, i quattrini che mancano, le pigrizie mentali, la sfiducia in noi stessi, le furbizie e le varie menate che tutti conosciamo. Però con un po’ di impegno (alla fin fine basterebbero un centinaio di cittadini davvero motivati, competenti e rompipalle e un po’ di amministratori pubblici capaci e testardi) ci si può riuscire.

Come dice il poeta «Sognare da soli è solo un sogno. Sognare insieme agli altri è l’inizio della realtà». Scusate se sembra un po’ retorico. Però mi sa che è vero.

Viaggio (creativo) all’Arsenale

In occasione del ballottaggio delle elezioni comunali di Pavia 2014, il Partito Democratico ha invitato a sostegno del proprio candidato, Massimo Depaoli, il presidente della commissione ambiente della Camera Ermete Realacci e la deputata Chiara Scuvera. In questa occasione è stato possibile entrare dentro l’Arsenale di via Riviera, Pavia. È stato consentito a ciascun parlamentare presente di accompagnare dentro alla struttura una persona a testa. Il PD di Pavia ha scelto di cedere la possibilità di entrare a due persone del Comitato Arsenale Creativo; io, Andrea Michielon e l’architetto Enrico Sacchi. Ringraziamo pertanto il PD di Pavia, i deputati che ci hanno accompagnato, Ermete Realacci e Chiara Scuvera, gli organizzatori dell’evento e Massimo Depaoli per aver rinunciato a nostro favore a questa occasione. Di seguito una cronaca romanzata della spedizione.

Sono le quattro del pomeriggio e aspetto. Tra mezz’ora potrò oltrepassare questo muro di cinta, agghindato a festa con il filo spinato, e visitare degli edifici di archeologia industriale nonché un pezzo di storia di Pavia. Le persone invitate all’evento cominciano ad assembrarsi davanti alla cancellata grigia dove poco prima sono entrati dei carabinieri. Una piccola folla in attesa dell’arrivo delle istituzioni e aspiranti tali. Mi appoggio al davanzale della finestra di fianco all’ingresso principale: è polveroso e stretto ma è l’unico posto dove non batte un sole che si prepara all’estate.
È ora e il gruppetto a cui è stato concesso di entrare si avvicina al cancello e si fa fotografare copiosamente mentre uno spiraglio si apre alle loro spalle, facendo intravedere le divise della loro scorta. Il copione qua è simile a quello di un locale di alta classe: nome, cognome, è sulla lista? Neanche al presidente della Provincia è concesso di entrare in quella discoteca con dress code la mimetica.
Provo un senso di stupore infantile e un po’ di timore verso le conseguenze che un’idea, lanciata in un ambiente per essa fertile, può produrre. Mi trovo in un’area militare il cui accesso è molto limitato, con dei parlamentari e degli ufficiali dell’esercito, per osservare da vicino delle strutture che potrebbero dare svolta al futuro di Pavia: l’ansia da prestazione è palpabile, quasi come l’afa della sera che ormai si profila.
«Quant’è l’area?»
«Quindici ettari».
Il solo cortile di ingresso è di dimensioni ragguardevoli, si possono vedere gli edifici storici degli anni ’20 e dell’unità di Italia contornarlo con i loro mattoni a vista e l’aria stanca di chi ha un secolo di vita e ha visto tanta gente passare sotto il proprio arco. Ci passiamo anche noi.
È l’edificio che si vede da fuori quello sotto cui stiamo passando, quello con l’orologio fermo. Una scuola, un municipio? A me ricorda Ritorno al Futuro: chissà come mai ha smesso di funzionare.
Rimane evidente lo stato di abbandono che insieme al caldo della giornata dipinge una città fantasma del Far West.
«Da quanto è in disuso?»
«Cinque anni».
Il cortile successivo è di forma quadrata, con una tettoia sul lato sud est che si getta dentro la struttura principale. Su di essa vi è un buco in cui le tegole sprofondano, nel degrado a cui la struttura è sottoposta ormai da cinque anni.
«Qua cosa si teneva?»
«Questo era il punto di carico-scarico».
Passato il successivo portale si intravede del verde rigoglioso, fuori posto, che si infiltra tra gli edifici conferendo loro un aspetto post-apocalittico che poco ha da invidiare ai film di zombie e affini.
«E il Navigliaccio dov’è?»
«Di là, vuole andarci?»
Decidiamo di non visitare l’edificio di fronte a noi e ci dirigiamo verso il Navigliaccio, corso d’acqua che divide l’area in due. Nel tragitto mi colpisce l’accostamento di strutture con un divario generazionale di un secolo, nuovo alla mia sinistra, d’epoca alla mia destra.
Attraversiamo un ponte, il Navigliaccio scorre sotto una piattaforma di cospicue dimensioni proprio davanti a noi. Mi affaccio dalla parte verso la città, quella libera, e un airone compare da sotto di noi e, come se nulla fosse, chiude le ali e si posa 10 metri più in basso, sulla sponda del fiume, prendendosi gioco di chi questo posto lo ha abbandonato.
«Questa è l’area che va sott’acqua quando il fiume è piena?»
«Sì, è più bassa e l’acqua risale da qua».
Costellazioni di pigne sul suolo, anche sull’asfalto malridotto su cui camminiamo. Attraversiamo il ponte e al di là si vedono degli enormi capannoni degli anni ’60. L’intonaco che si sfalda sui muri, i vetri con ragnatele e polvere come decorazioni: le loro condizioni sono in declino ma appaiono ancora buone.
«Bonifiche? Cosa si produceva?»
«Niente di sostanzialmente pericoloso, falegnameria, motori…»
Si decide che è ora di tornare indietro. Sulla strada del ritorno mi incuriosisce una piccola costruzione, con un terrazzino molto particolare. La sensazione onirica che il posto mi dà si sta affievolendo, mi sto abituando, e pian piano il posto diventa reale. Arrivando alla zona storica comincio ad immaginare come potrebbe essere. Persone che si incontrano, parlano, giocano. Musica e arte, oggetti unici e fucina di cultura, artigianato e idee. Vita, nelle sue manifestazioni più umane.
«Vede qua? Questa è una simulazione di ciò che è possibile fare col PGT. Case su case».
«Non c’è bisogno di case in città?»
«No, la popolazione è in declino dagli anni ’80 e ci sono circa 4000 appartamenti sfitti».
Stringiamo le mani dei militari che ci hanno accolto e si apre il cancello dell’Arsenale. La gente fuori ci guarda, un po’ come se fossimo tornati dall’Ade e con lo sguardo ci chiede: “Com’è l’inferno? Com’è il paradiso? Siete tornati davvero?”.
«La soprintendenza dovrebbe vincolare l’area».
Ringraziamo chi ha permesso questo breve viaggio all’interno dell’area dismessa più promettente di Pavia e ci confondiamo tra la folla e quasi svaniamo.