Hanging_Gardens_of_Babylon

Geremia scrive una lettera a quelli che sono stati deportati in Babilonia, e dice loro, da parte di Dio: «Cercate il bene della città». Questo è anche il nostro compito: cercare il bene nella città che ci ospita come credenti.
Vi propongo il seguente testo biblico da Geremia 29, 1-7; 11.

1 Queste sono le parole della lettera che il Profeta Geremia mandò da Gerusalemme al residuo degli anziani esiliati, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nabucodonosor aveva deportato da Gerusalemme a Babilonia, 2 dopo che il re Leconia, la regina, gli eunuchi, i principi di Giuda e di Gerusalemme, i falegnami e i fabbri furono usciti da Gerusalemme. 3 La lettera fu portata per mano di Elasa, figlio di Safan, e di Ghemaria, figlio di Chilchia, che Sedechia, re di Giuda, mandava a Babilonia da Nabucodonosor, re di Babilonia. Essa diceva: 4 Così parla il Signore degli eserciti, Dio d’Israele, a tutti i deportati che io ho fatto condurre da Gerusalemme a Babilonia. 5 «Costruite case e abitazioni; piantate giardini e mangiatene il frutto; 6 prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie perché facciano figli e figlie: moltiplicate là dove siete, e non diminuite. 7 Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa, poiché dal bene di questa dipende il vostro benessere. (…) 11 Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice il Signore: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza».

Se voi chiudete gli occhi e io metto in azione una macchina del tempo, vi trasporto nella Gerusalemme del 590 a. C.: una città mezza diroccata, che il re di Babilonia ha cinto d’assedio qualche anno prima, e dalla quale ha fatto uscire, insieme col re e con la regina, gli anziani, i sacerdoti, i profeti, gli eunuchi e i principi, e ha fatto uscire anche fabbri e falegnami (29, 1-2). Diremmo oggi: ha azzerato le autorità, ha esportato i cervelli e ha delocalizzato le aziende. Nella città è rimasto qualche migliaio di persone, che vi si aggirano con l’aria stranita di fantasmi senza saper bene che fare. Persone ridotte a un presente di stenti e private di una prospettiva accettabile per il futuro. Ma non è di loro che voglio parlare.

Voglio parlare di quelli che sono stati trasferiti (deportati) in Babilonia, i quali non vivono una situazione meno precaria: la gente in mezzo alla quale si trovano parla una lingua che essi non capiscono, pratica una religione che non è la loro, sono guardati con sospetto e diffidenza come corpi estranei, forse potenziali nemici. Se ora io spengo la macchina del tempo e voi riaprite gli occhi, ci ritroviamo nell’Italia e nella Pavia di oggi, dove forse non ci sentiamo meno stranieri ed estranei dei giudei trasferiti in Babilonia. Viviamo in un paese dove molti parlano una lingua a noi sconosciuta (il politichese), dove tanti praticano una religione che richiede più atti di devozione che fede in Dio, dove la preoccupazione per le fasce più deboli è sempre meno percepibile. Il nostro Paese, e anche la città di Pavia non fa eccezione, è squilibrato economicamente perché il 10% della popolazione detiene oltre il 70% della ricchezza. Gli anziani sono un problema, perché tenerli in una casa di riposo costa, e l’ente pubblico contribuisce in misura sempre minore. I giovani sono un problema, perché non trovano lavoro o lo trovano in nero e sottopagato… per non dire dei quaranta/cinquantenni che lo perdono.
A Gerusalemme, fra quelli che non sono stati deportati, c’è anche Geremia, un profeta, cioè uno che si interroga sulle vicende politiche e si sforza di vedere il nesso fra quello che accade e i disegni di Dio: del Signore che ama il suo popolo ma anche lo giudica.

Geremia è preoccupato del «welfare ai tempi della crisi», anche se, non avendo studiato l’inglese, lui lo chiama «benessere» o «bene», anziché «welfare». E che cosa fa Geremia? Scrive una lettera a quelli che sono stati deportati in Babilonia, e dice loro, da parte di Dio: «Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa, perché dal bene di questa dipende il vostro bene» (29, 7).

La chiesa valdese di Pavia si è messa in ascolto di questa parola, e informata della situazione dell’ex Arsenale Militare di Pavia, ha votato già in una Assemblea di chiesa del Marzo 2014 l’impegno e il sostegno al Comitato Arsenale Creativo, ora diventato Associazione Arsenale Creativo. Questo è il nostro compito: cercare il bene della città che ci ospita come credenti, impegnandosi concretamente perché gli ampi spazi dell’ex Arsenale siano ripensati insieme.

E che cosa può significare questo «cercare il bene»? – Prima di tutto, forse, non sentirci «estranei», cosa che ci paralizzerebbe in una convinzione di marginalità o in una pretesa di superiorità, ma sentirci parte della nostra città, non integrandoci nel senso di assumerne il costume, la religiosità, ma nel senso di condividere le difficoltà e le contraddizioni, e di interrogarci per vedere se non ne abbiamo una parte di responsabilità.

Poi, mettere in moto tutte le nostre energie e le nostre strutture, la nostra inventiva e la nostra vocazione al servizio, perché la persona sia sempre di più soggetto di diritti e oggetto di sollecitudine. E questo in collaborazione con tutte quelle iniziative, laiche o religiose, che si pongono gli stessi nostri obiettivi, perché se è vero che pensiamo di noi stessi come protesta ti di essere mossi dallo Spirito Santo, è altrettanto vero che non ne abbiamo né il monopolio né l’esclusiva.

Quindi, come Geremia suggerisce, non ci limitiamo a procacciare il bene di questo paese, che è anche il nostro, ma preghiamo per esso.

Preghiamo per «tutto» il Paese. Preghiamo per i deboli ma anche per i forti, preghiamo per le autorità, per quelli che detengono il potere e per quelli che ambiscono a conquistarlo, preghiamo perché non alimentino il culto della propria personalità… Pregare per le autorità, e non pregare le autorità, significa automaticamente negare loro quell’aura di superiorità e di «semidivinità» che spesso si cuciono addosso. Pregare perché capiscano che il potere è affidato loro non perché facciano i padroni ma perché svolgano un servizio. Preghiamo perché ciascuno e ciascuna possa vedere nel volto dell’altro, o dell’altra, l’immagine di Dio, e portarvi il rispetto e l’amore che a Dio sono dovuti.

E infine, pregare significa anche guardare al futuro, malgrado tutto, con ottimismo, perché «quando nessun progetto politico o sociale sembra più possibile, quando le possibilità di trasformazione si rivelano caduche, quando sembra impossibile guarire, rimane solo la speranza» (Dietrich Bonhoeffer). Non è poco. Anzi, è tutto, se è una speranza non fatta meramente di evasione e di attesa, ma una speranza fattiva, operosa, lungimirante. Non per nulla Geremia scrive: «Io so i pensieri che medito per voi, dice il Signore. Pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza» (29, 11).

Gianandrea Nicolai, Chiesa Valdese di Pavia