ginelli a pavia
Da sinistra, al tavolo verde: Laura Canale, Alice Moggi, Gianfranco Ginelli e Gianandrea Nicolai

 

Normalmente non userei questo spazio per riflessioni personali ma stavolta farò un’eccezione: sento una sorta di urgenza nel condividere questi miei “due centesimi” che sono, in effetti, pensieri strettamente legati a quello che, come Arsenale Creativo, facciamo e vediamo ogni giorno.

Ieri sera, 18 giugno, abbiamo incontrato Gianfranco Ginelli, assessore comunale a San Donato Milanese con delega alla partecipazione: detto in parole molto povere, San Donato ha inserito la progettazione partecipata nel proprio regolamento comunale [1] e abbiamo ritenuto interessante mettere a confronto questa esperienza con quella pavese, invitando a intervenire anche i nostri assessori Laura Canale e Alice Moggi, rispettivamente all’Innovazione sociale e alle Politiche sociali/Terzo settore.

Speravo, in efetti, che durante la serata sarebbero state messe al centro le tematiche specifiche portate dai tre relatori, che hanno parlato di regolamenti da un punto di vista tecnico ma hanno anche portato le proprie riflessioni su quello che la progettazione partecipata è, sulle sue potenzialità ma anche sulla necessità di coinvolgere in modo profondo le persone, affinché possano davvero partecipare, focalizzandosi poi sull’importanza di monitorare i lavori che verranno svolti anche dopo che il progetto su carta sarà concluso.

Purtroppo ho constatato che la presenza di due assessori pavesi al nostro incontro ha provocato l’effetto opposto a quello che desideravo: ogni forma di scontento e di delusione da parte dei presenti è venuta a galla, costringendo il dibattito sulle mancanze delle amministrazioni degli ultimi 20 anni.

Forse siamo dei visionari convinti di stare con i piedi per terra ma uno dei messaggi che Arsenale Creativo vuole diffondere è che, con le pratiche partecipative, tutte le persone e, soprattutto, tutte le idee e le motivazioni che ne stanno alla base, hanno pari diritto di cittadinanza, senza alcuna distinzione basata su canoni come la professione, il titolo di studio o altro. Per questo abbiamo sempre cercato di promuovere un dialogo onesto e proficuo con il Comune di Pavia: se tutti sono invitati a partecipare non si possono creare muri tra “noi” e “loro”, è necessario collaborare e mettere in campo idee, andando a scardinare piano piano quei processi tali per cui le scelte che riguardano il territorio vengono calate “dall’alto”, buone o meno che siano. Certo, ci sono i normali alti e bassi, ma non posso dire che il Comune non stia cogliendo positivamente il nostro lavoro e le nostre intenzioni.

Come sempre accade, le discussioni finiscono con l’andare dove ci sono i nodi da sciogliere, ed è quello che è comprensibilmente successo ieri sera. Pavia, lo sappiamo, è una città tutt’altro che facile. Qui, come in Italia tutta, ci siamo ormai abituati a pensare che la gestione della “cosa pubblica” sia tirata avanti da gente che, nel migliore dei casi, è incompetente. Se anche partiamo con le migliori convinzioni, soprattutto in occasione di elezioni, basta un errore degli amministratori per farci ripiombare nella sfiducia. E forse la parola chiave su cui bisogna riflettere a fondo è proprio questa, “sfiducia”: quella che impedisce a ogni processo creativo (nel significato proprio di “creare”) di iniziare e a ogni tentativo di dialogo di diventare davvero costruttivo e concreto.

Sono sicuramente giovane e mi sono avvicinata alla vita politica della mia città da non più di un anno e mezzo ma una cosa posso dirla. Anzi, tre. La prima è che, pur rispettando ovviamente l’esperienza di chi ha qualche decennio in più di me alle spalle, credo non sia utile rimanere ancorati a pensieri come “non è nulla di nuovo”, “noi facevamo così”, “fidati che io le ho già vissute”. Dalle esperienze di altri si impara molto, e l’occhio lungo di chi “certe cose” le ha già viste è fondamentale ma è altrettanto importante calarsi nei tempi in cui ci si trova, cercando di mettere da parte la presunzione di avere le risposte preventivamente pronte e osservando, chiedendo, dubitando prima di tutto di se stessi.

La seconda è che il primo passo per capirsi è conoscersi e, per conoscersi, bisogna trovare il modo di parlarsi. Credo che un piccolo varco nelle istituzioni, con la nostra attività intorno all’Arsenale, lo abbiamo aperto, ma non è sicuramente abbastanza, il lavoro non finisce qui. I cittadini devono trovare il modo di rendere chiare le proprie richieste e necessità e, al contempo, gli amministratori devono essere capaci di spiegare in cosa consiste il loro lavoro, come funzionano le cose quando si governa una città. Ricordando che siamo tutti esseri umani e ci stanchiamo, ci arrabbiamo, ci troviamo sotto pressione allo stesso modo.

Il terzo e ultimo pensiero è che, per ricevere fiducia, bisogna prima di tutto darne. Come non si può parlare serenamente con una persona dando per scontato che questa sia in mala fede, incapace o stupida, alla stessa maniera non si può instaurare un dialogo fruttuoso fra cittadini e istituzioni sulle medesime premesse. Abbiamo la fortuna di vivere in una città piccola e di poter facilmente parlare con assessori e consiglieri comunali: sfruttiamo ogni occasione, dunque, facciamo domande, conosciamoci, recuperiamo quei rapporti umani che si sono allentati. Penso sia davvero il mio unico, reale auspicio per dare un nuovo respiro a questa città.

[1] Non essendo questo, per ora, il tema delle mie riflessioni, mi limito a darvi questi link utili: il Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani, proposto da Labsus, e l’elenco dei comuni che hanno adottato, o stanno adottando, tale regolamento.