Arsenale Creativo Pavia

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L’Arsenale Creativo e la via per la felicità – Un pensiero di Franco Osculati

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Nelle prime righe dello statuto della Città metropolitana di Milano, redatto qualche mese fa, compare la parola “felicità”. Si dice che scopo della Città metropolitana è la felicità dei suoi cittadini.

Sono di Pavia, ma non per questo vorrei essere escluso da un così alto obiettivo. Ho quindi due strade:

– fondo un gruppo di pressione che chiede l’adesione alla Città metropolitana. L’ipotesi è giuridicamente plausibile (art. 1, comma 6, legge 56/2014 o “Legge Del Rio”) e di qualche ragionevolezza: basta passare dalle parti della stazione quando partono i treni dei pendolari;

– mi attivo in sede locale. Ed ecco per l’appunto l’Arsenale creativo. Il quale che ha a che fare con la felicità? Ce lo spiega l’economista di Princeton Angus Deaton con un indovinello. Immaginate, dice Deaton, che una persona con stipendio di 50.000 dollari, alla fine dell’anno, venga premiato con un bonus del 2% pari a mille dollari. Immaginate anche che una seconda persona abbia un reddito di 200.000 dollari e che questa venga premiata con una gratifica dell’1%, pari a 2.000 dollari. Quale dei due sarà più contento? La risposta non è ovvia e questa incertezza sta a significare, in poche parole, che il denaro, e quindi a livello macro il Pil, non è tutto.

Per soppesare l’appagamento o il benessere bisogna andare oltre la finanza, e il Pil. Bisogna, scrive sempre Deaton, inserire nel conteggio con un peso conveniente anche la capacità/possibilità di contribuire a decidere, cioè di partecipare alle scelte collettive. Bisogna aggiungere, dico io, anche il bello, cioè la capacità/possibilità di apprezzare il bello. Tutto quanto, denaro partecipazione bello, rientra nella felicità.

L’Arsenale creativo è impegno diffuso per il gradevole. Dunque è la nostra via per la felicità.

Franco Osculati

«Cercate il bene della città» – L’impegno della Chiesa Valdese di Pavia nell’Associazione Arsenale Creativo

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Geremia scrive una lettera a quelli che sono stati deportati in Babilonia, e dice loro, da parte di Dio: «Cercate il bene della città». Questo è anche il nostro compito: cercare il bene nella città che ci ospita come credenti.
Vi propongo il seguente testo biblico da Geremia 29, 1-7; 11.

1 Queste sono le parole della lettera che il Profeta Geremia mandò da Gerusalemme al residuo degli anziani esiliati, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nabucodonosor aveva deportato da Gerusalemme a Babilonia, 2 dopo che il re Leconia, la regina, gli eunuchi, i principi di Giuda e di Gerusalemme, i falegnami e i fabbri furono usciti da Gerusalemme. 3 La lettera fu portata per mano di Elasa, figlio di Safan, e di Ghemaria, figlio di Chilchia, che Sedechia, re di Giuda, mandava a Babilonia da Nabucodonosor, re di Babilonia. Essa diceva: 4 Così parla il Signore degli eserciti, Dio d’Israele, a tutti i deportati che io ho fatto condurre da Gerusalemme a Babilonia. 5 «Costruite case e abitazioni; piantate giardini e mangiatene il frutto; 6 prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie perché facciano figli e figlie: moltiplicate là dove siete, e non diminuite. 7 Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa, poiché dal bene di questa dipende il vostro benessere. (…) 11 Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice il Signore: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza».

Se voi chiudete gli occhi e io metto in azione una macchina del tempo, vi trasporto nella Gerusalemme del 590 a. C.: una città mezza diroccata, che il re di Babilonia ha cinto d’assedio qualche anno prima, e dalla quale ha fatto uscire, insieme col re e con la regina, gli anziani, i sacerdoti, i profeti, gli eunuchi e i principi, e ha fatto uscire anche fabbri e falegnami (29, 1-2). Diremmo oggi: ha azzerato le autorità, ha esportato i cervelli e ha delocalizzato le aziende. Nella città è rimasto qualche migliaio di persone, che vi si aggirano con l’aria stranita di fantasmi senza saper bene che fare. Persone ridotte a un presente di stenti e private di una prospettiva accettabile per il futuro. Ma non è di loro che voglio parlare.

Voglio parlare di quelli che sono stati trasferiti (deportati) in Babilonia, i quali non vivono una situazione meno precaria: la gente in mezzo alla quale si trovano parla una lingua che essi non capiscono, pratica una religione che non è la loro, sono guardati con sospetto e diffidenza come corpi estranei, forse potenziali nemici. Se ora io spengo la macchina del tempo e voi riaprite gli occhi, ci ritroviamo nell’Italia e nella Pavia di oggi, dove forse non ci sentiamo meno stranieri ed estranei dei giudei trasferiti in Babilonia. Viviamo in un paese dove molti parlano una lingua a noi sconosciuta (il politichese), dove tanti praticano una religione che richiede più atti di devozione che fede in Dio, dove la preoccupazione per le fasce più deboli è sempre meno percepibile. Il nostro Paese, e anche la città di Pavia non fa eccezione, è squilibrato economicamente perché il 10% della popolazione detiene oltre il 70% della ricchezza. Gli anziani sono un problema, perché tenerli in una casa di riposo costa, e l’ente pubblico contribuisce in misura sempre minore. I giovani sono un problema, perché non trovano lavoro o lo trovano in nero e sottopagato… per non dire dei quaranta/cinquantenni che lo perdono.
A Gerusalemme, fra quelli che non sono stati deportati, c’è anche Geremia, un profeta, cioè uno che si interroga sulle vicende politiche e si sforza di vedere il nesso fra quello che accade e i disegni di Dio: del Signore che ama il suo popolo ma anche lo giudica.

Geremia è preoccupato del «welfare ai tempi della crisi», anche se, non avendo studiato l’inglese, lui lo chiama «benessere» o «bene», anziché «welfare». E che cosa fa Geremia? Scrive una lettera a quelli che sono stati deportati in Babilonia, e dice loro, da parte di Dio: «Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa, perché dal bene di questa dipende il vostro bene» (29, 7).

La chiesa valdese di Pavia si è messa in ascolto di questa parola, e informata della situazione dell’ex Arsenale Militare di Pavia, ha votato già in una Assemblea di chiesa del Marzo 2014 l’impegno e il sostegno al Comitato Arsenale Creativo, ora diventato Associazione Arsenale Creativo. Questo è il nostro compito: cercare il bene della città che ci ospita come credenti, impegnandosi concretamente perché gli ampi spazi dell’ex Arsenale siano ripensati insieme.

E che cosa può significare questo «cercare il bene»? – Prima di tutto, forse, non sentirci «estranei», cosa che ci paralizzerebbe in una convinzione di marginalità o in una pretesa di superiorità, ma sentirci parte della nostra città, non integrandoci nel senso di assumerne il costume, la religiosità, ma nel senso di condividere le difficoltà e le contraddizioni, e di interrogarci per vedere se non ne abbiamo una parte di responsabilità.

Poi, mettere in moto tutte le nostre energie e le nostre strutture, la nostra inventiva e la nostra vocazione al servizio, perché la persona sia sempre di più soggetto di diritti e oggetto di sollecitudine. E questo in collaborazione con tutte quelle iniziative, laiche o religiose, che si pongono gli stessi nostri obiettivi, perché se è vero che pensiamo di noi stessi come protesta ti di essere mossi dallo Spirito Santo, è altrettanto vero che non ne abbiamo né il monopolio né l’esclusiva.

Quindi, come Geremia suggerisce, non ci limitiamo a procacciare il bene di questo paese, che è anche il nostro, ma preghiamo per esso.

Preghiamo per «tutto» il Paese. Preghiamo per i deboli ma anche per i forti, preghiamo per le autorità, per quelli che detengono il potere e per quelli che ambiscono a conquistarlo, preghiamo perché non alimentino il culto della propria personalità… Pregare per le autorità, e non pregare le autorità, significa automaticamente negare loro quell’aura di superiorità e di «semidivinità» che spesso si cuciono addosso. Pregare perché capiscano che il potere è affidato loro non perché facciano i padroni ma perché svolgano un servizio. Preghiamo perché ciascuno e ciascuna possa vedere nel volto dell’altro, o dell’altra, l’immagine di Dio, e portarvi il rispetto e l’amore che a Dio sono dovuti.

E infine, pregare significa anche guardare al futuro, malgrado tutto, con ottimismo, perché «quando nessun progetto politico o sociale sembra più possibile, quando le possibilità di trasformazione si rivelano caduche, quando sembra impossibile guarire, rimane solo la speranza» (Dietrich Bonhoeffer). Non è poco. Anzi, è tutto, se è una speranza non fatta meramente di evasione e di attesa, ma una speranza fattiva, operosa, lungimirante. Non per nulla Geremia scrive: «Io so i pensieri che medito per voi, dice il Signore. Pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza» (29, 11).

Gianandrea Nicolai, Chiesa Valdese di Pavia